testi critici

Trasformazioni

di Francesca Brandes

Note sull’opera di Nicola Golea

O mio corpo, fai sempre di me un uomo che interroga …

Frantz Fanon

La contemplazione del Creato non esiste senza amore, ma il contemplativo sembra agire senza motivazione: secondo Jacopone da Todi La rosa non ha un perché , essa è perché è, semplicemente esiste, e nessun tempo è breve perché ogni attimo è ed è unico.

I contemplativi, come Nicola Golea, bruciano ogni giorno; ogni giorno si esauriscono tutti gli universi e i tempi, ogni attimo costituisce una nuova creazione, fino ad iterare il gesto con variazioni spesso sottili, ma sempre ineludibili. Non è narcisismo il suo, né piacere prettamente estetico. Non vi è autocompiacimento nella dignità della tela.

Nicola sorprende. Mi sorprende da sempre, difficile prevederne le mosse. È guidato da una libertà irriducibile al lógos ; può persino imparare regole costituite (è veloce ad imparare), anche se la sua volontà è altra, personale. Qualche volta scopro nelle sue azioni e nella sua pittura una nota d’allegria, uno sguardo ironico sul mondo. Golea non usa il potere del virtuosismo, dipinge seguendo itinerari nascosti; l’ha sempre fatto da quando – alcuni anni fa – è giunto in Italia, avendo già chiaro ciò che non voleva: nessun compiacimento, nessuna catena. Alla lusinga accattivante di un buon dipingere (che il suo lavoro sia bello e scenografico gli interessa fino ad un certo punto, anche se si tratta di un dato oggettivo), preferisce lo studio. Studio solitario ed integrale, come la contemplazione stessa. Quella sete di sapere, di sperimentare, senz’altro motivo al di fuori della conoscenza in sé. Praticare la contemplazione si fa, in lui, agire la contemplazione.

Lo studio contemplativo di Nicola indica – tuttavia – che l’atto non è mai completato, che tutto si trasforma per piccoli aggiustamenti di mira, o per improvvisi rovesci delle sorti. La posizione dell’artista implica lo sforzo, o piuttosto una tensione dell’anima che, in qualche modo, vede l’orizzonte (dove collocare il fulcro della visione, un essere vivente, il profilo di un sogno urbano) e ancora non lo raggiunge appieno. Lo studio è la via, e conta quasi più delle tele finite, già connotate, riconoscibili. Come un solo segno di una calligrafia orientale: non tutto il significato, certo, ma tutto il vivente in ogni tratto, quasi la firma di un progetto preciso. Ciò che Nicola vede e appaga la sua sete di vita – come i libri che raccoglieva da bambino e leggeva dalla prima all’ultima parola, li comprendesse o no – non è puro argomento d’indagine, ma atteggiamento sensibile, autentica appropriazione della terra e delle acque. Il fare quotidiano diviene amore responsabile; così la speranza, che è elemento importante nell’opera di Golea, appartiene all’invisibile. È la speranza a far brillare le tinte nelle tele, anche in quelle quasi monocrome dei grandi grigi; è la speranza che permette all’artista di vedere nel presente l’orma di quell’amore, di quell’attenzione all’altro che altrimenti rimarrebbe celata. Si tratta del dono di una visione, una sorta di fiducia nella realtà, la coscienza che – in qualche modo – quella stessa realtà è fatta da noi, dal nostro impegno. Decidiamo convinti che c’è del buono in quei cieli assoluti, nelle sagome umane sulla soglia, in quell’universo crepato e ricomposto, attraversato da lampi candidi.

La speranza di Nicola non è mai cieca o irrazionale. Semplicemente non si basa sulla ragione in senso stretto, ma piuttosto su un sentimento trascendente, che conosce crisi, ma sa anche trasformare l’angoscia in opportunità, il dubbio in libertà di scelta. Perciò lo spaesamento di Golea,quell’irrequietezza intima che a tratti lo prende nel vedere la realtà per tutto quello che è, diviene a sua volta una forza creatrice.

Dunque, non c’è contemplazione, né speranza o angoscia senza amore. Nessun azzardo, nessuna prova di forza. Nicola si arrende infine a quell’amore che dipinge. E la sua ci appare una nuova forma di innocenza, quasi un terzo occhio che completa gli occhi fisici in naturale armonia. Alla scoperta del mondo, ancora una volta: quella di Golea è partecipazione cosciente al destino di ciò che ha vita. Occorre una grande virtù – questo penso nel contemplare i quadri di Nicola – per confidare nella realtà e una grande umiltà per non volerla gestire secondo i nostri piani. La sua mi appare come una mistica del quotidiano, che riguarda tutto, specie ciò che generalmente si tralascia o si omette per mancanza di cura, ma senza stabilire forme di sudditanza. Per Nicola, prendendo a prestito il bellissimo neologismo di Raimon Panikkar, si potrebbe parlare di inter-indipendenza di tutte le cose: una correlazione, una rete che avvolge e condivide, ma che sa restituire la libertà, la funzione del singolo individuo, il suo essere infinitamente unico e prezioso. Ogni processo conoscitivo in Golea costituisce un’impresa discriminante, ma assume – allo stesso tempo – una struttura di sintesi. Sono i legami, in Nicola, che relazionano tutto a tutto e che definiscono anche le cose in sé. Così il limitare dell’orizzonte, dove cresce un unico albero, ci fa vedere oltre e rafforza la nostra aspettativa di futuro, mentre la fantasia è già al di là, nel terreno in ombra. La tensione peculiare tra conoscenza e saggezza del limite conferisce all’esperienza del dipingere di Golea una misura sapienziale che costituisce a sua volta un meraviglioso paradosso: essa, infatti, si definisce per differenza rispetto ad ogni visione teorica, ma finisce per assurgere a sua volta a paradigma simbolico, sia pur di una visione diversa, sensibile ed inter-indipendente. È l’identità stessa dell’artista in cui convivono – talora in modo conflittuale, ma affascinante – desiderio di assoluto ed incarnazione nel relativo dello sguardo umano, cosicché si possa leggervi altre storie: lo scorrere del tempo tra le nuvole, ad esempio, in certi cieli enormi e verosimili, o il sentimento del dolore in alcuni ritratti colmi di empatia. Una visione che è composizione degli opposti, quella che l’artista opera nella solitudine abitata dello studio e azzera lo spazio tra la tela e ciò che ne sta al di fuori, tra la durata e l’istante in cui decide di dipingere, tra l’idea e l’esecuzione, quel ripetere gesti alla ricerca di ogni sfumatura di senso. È proprio nel flusso del divenire (e da sempre Golea ne esplora gli ingranaggi, fino a gigantizzarli) che si sperimenta l’eterno e, viceversa, l’eterno è davvero tale solo a condizione che sia “completo”, cioè ricco di tutta la vita che scorre nel tempo: i migranti specchio ed ombra del giorno, l’avvenire del tramonto sull’acqua, ogni spazio pieno, lo sguardo della nostalgia, della fiducia, della speranza; la risata e l’effetto teatrale di un’improvvisa apparizione.

La verità è relazione: ogni cosa – ci dice Nicola – è quello che è in forza di essere insieme ad ogni altra cosa (e quindi, potremmo aggiungere, in forza di essere anche altro da sé). Essere cielo ed orizzonte trafitto, personaggio e simbolo, città che gronda colore (come in una delle prime prove di Golea) e azzurrità. Uomo, donna, cielo, terra, nuvola. Il vuoto della concezione buddista e il tutto è essere parmenideo esprimono in questo artista qualcosa di molto simile: è la trasformazione che qui conta, e regola i respiri. Lenta, sapiente, sincera.